Una pallida foschia galleggiava a mezz’aria tra l’asfalto e i lampioni che costeggiavano la strada; a tratti si riempiva di luce per un tempo indefinibile anche l’altro lato della statale, e due fari si lanciavano dal buio dell’orizzonte incontro a Mirna, che li lasciava sfrecciare via così, quasi in silenzio.
C’era stata una deviazione venti chilometri più su, uno smottamento dovuto alla forte pioggia di qualche giorno prima. Una pattuglia della stradale aveva fermato il traffico, bisognava fare il giro della collina abbandonando l’autostrada. Nulla di grave, aveva pensato la donna, purché si sbrighino, non vorrei trovarli qui anche domani.
In effetti una deviazione di quella portata, sostenuta per più di una sera, avrebbe potuto diventare una bella seccatura; otto ore di lavoro in città erano già sufficientemente pesanti senza aggiungere prolungamenti del viaggio pendolare quotidiano dovuti a non meglio precisati “lavori in corso”.
Commessa in un negozio di abbigliamento, trentasette anni, non eccessivamente bella, sposata e divorziata senza prole, Mirna era una persona precisa e abitudinaria (fin troppo, avrebbe aggiunto il suo ex-marito), intollerante verso gli imprevisti e le fatalità, cui cercava di sottrarsi il più possibile, ben consapevole di non poterci riuscire per sempre e completamente.
Quella sera aveva svoltato intelligentemente lungo la direzione indicata dagli agenti, concludendo tra sé un po’ seccata che, no, gli smottamenti non sono prevedibili. Va bene, prendo la statale.
Dopo aver guidato per circa mezz’ora nella tranquilla sera d’inverno, si rese conto che il suo viaggio stava per chiudere il cerchio intorno alla collina. Non conosceva benissimo quella zona di siepi e vigneti, ma sapeva che prima di rientrare in autostrada avrebbe dovuto passare da Montalvo, un piccolo paese attraversato dalla statale e dalla ferrovia.
Dovrebbe mancare poco, pensò, proprio quando le prime luci dell’abitato cominciavano a stagliarsi in fondo alla strada.
Sì, ecco il cartello.
La scritta maiuscola e nera su sfondo bianco passò tranquilla, lasciando posto a marciapiedi, insegne e semafori.
Deserto a quell’ora, il paese, già finito dopo pochi minuti. Già il buio e i lampioni, di nuovo.
All’improvviso, sul ciglio della strada, vide qualcosa.
Istintivamente rallentò.
Ora, nel retrovisore, quell’ombra chiara.
Ma… è una persona quella… quella… diobuono, sembra una bambina!
Frenò.
Che ci fa una bambina, sola, a quest’ora, lì, al lato della strada?
Mirna era una persona precisa e abitudinaria, intollerante verso gli imprevisti e le fatalità, ma aveva rimpianto a lungo nella sua vita il non aver mai potuto avere dei figli. E le era rimasto dentro un senso di maternità latente, una voglia straordinaria di contatto con i bambini, un affetto triste e smisurato verso ognuno di loro; la retromarcia fu quasi immediata.
La bambina non si mosse. L’auto la illuminò mentre sopraggiungeva, e Mirna vide questa creaturina bruna, di circa otto anni, vestita di bianco, tranquilla.
Abbassò il finestrino.
«Ciao…»
«Ciao» rispose lei. Sembrava incuriosita.
Mirna le sorrise.
«Non è un po’ tardi per stare qui da sola? La tua mamma e il tuo papà dove sono? »
«Ora vado a casa…» disse, con un’aria che alla donna sembrò un po’ colpevole. Probabilmente si era allontanata senza permesso e adesso si rendeva conto che al suo ritorno la reazione dei genitori non sarebbe stata piacevole.
«Dove abiti?»
«Più in là, dopo la ferrovia…»
Mirna sorrise di nuovo. Qualche centinaio di metri con una bambina accanto, come fosse sua figlia, in viaggio con lei… Sognare, per qualche minuto…
«Monta, dài, che ti accompagno.»
Le aprì la portiera.
La bambina lentamente si pose a sedere, la donna la aiutò a mettere la cintura di sicurezza.
L’auto ripartì.
Il cuore di Mirna, per qualche minuto, sembrò danzare felice.
Al ritmo del motore.