Verso il lago

Capitolo 1

Salì a salutare l’anziana madre, prima di partire per la montagna con l’amica.
«Mamma.»
Lei aprì un occhio, a fatica. «Sei tu.»
«Mamma, io vado.»

Lei taceva, in attesa. Lasciò partire un sospiro.
«Io vado» ripeté il figlio. «In montagna.»
«Da solo?»
«Sì, mamma.»

Un secondo sospiro – lei avrebbe sospirato comunque, dopo qualunque risposta. «Sempre da solo.»
«Non è vero, sai.»
«Non hai amici.»
«Ho amici, invece.»
«E nessuna ragazza ti vuole.»

Qui fu lui a tacere. Frequentava da un paio di settimane una ragazza di un altro quartiere, ma alla madre non osava confidarlo – sentiva che avrebbe reagito in modo infinitamente più negativo che a saperlo solo.

«In montagna, poi. E se ti fai male?»
«Starò attento.»
«Dicon tutti così. Poi si vede in televisione, come stanno attenti.»
«Non andrò in posti pericolosi.»

Sospiro. Altro sospiro. La madre, immobile nel gran letto matrimoniale, svuotata di carne, prosciugata dalle malattie, sembrava una bambina. Anche la sua voce risuonava acuta e priva di vibrazioni, come il timbro di un piccolo corista prima della pubertà.

«Starò attentissimo, promesso» ripeté lui, allungando un sorriso che però la vecchia sembrò non vedere.
«Starò in pensiero finché non torni.»
«Guarda un po’ di televisione, piuttosto, ti terrà compagnia.»
A quelle parole, la mano della madre brancicò tra le lenzuola e le trine del copriletto finché non afferrò un telecomando.
«Vado, allora.»
Mentre chiudeva la porta, la sentì mormorare –preghiere, o imprecazioni, poteva trattarsi di qualunque cosa. Più tardi la domestica sarebbe tornata dal giro al mercato, le avrebbe tenuto compagnia, ne avrebbe ascoltato i lamenti.
Egli scese le scale, e per misurarsi con il buio chiuse gli occhi e procedette alla cieca.

Attraversarono in automobile tre o quattro paesi che sembravano sbattuti negli angoli più ombrosi e ingrati della vallata per lasciare ai campi e ai pascoli le zone più aperte e meglio esposte. Eran borghi di case malandate, addossate a caso le une alle altre, con i tetti, molti dei quali sfondati dall’incuria o da qualche ignoto cataclisma, ricoperti di brina anche in quei giorni d’estate. La strada tagliava in due quei cumuli di cubi di pietre e travi, facendosi stretta e corrugata.

In uno di quei paesini si fermarono a chiedere indicazioni a un vecchio prete, imbambolato a un crocicchio.
«Il lago?» ripeté questi, grattandosi il mento incolto.
«Il lago di… Sì, il lago» disse lui, che per un lapsus repentino non riusciva a farsene tornare in mente il nome.
«Il lago…»

Il prete restò a pensare a lungo, guardando al di sopra dei tetti, come se quel lago potesse trovarsi oltre le case. Poi lo distrasse un ragazzino ch’era sbucato da un tugurio reggendo un sacchetto di plastica. Il ragazzino si avvicinò e gli porse quel sacchetto, dentro cui si agitavano e piangevano diversi animaletti, forse gattini, e che il prete afferrò senza dire nulla.

«Gattini?» chiese l’amica, indecisa se sentirsi intenerita o inquieta.
«Appena nati» concesse il prete. «Dicevamo, un lago.»
«Già, ecco, purtroppo ora come ora non ricordo più come…» cominciò a dire lui.

Lo interruppe il gesto del prete, che, posato il sacchetto sullo scalino dell’ingresso di un abituro, vi si sedette sopra con tutto il peso, assestandosi a balzi e schianti sulle natiche. «Un lago…» rimuginava intanto.

Lei, ammutolita, sentì le vocine spegnersi, percepì un vago crocchiare d’ossa, o forse se lo immaginò soltanto, e vide abbassarsi il grosso prete sul sacchetto sempre più piatto e largo.

«Un lago…» pensava quello a mezza voce. Diede un’ultima battuta di natiche, e si levò.