Niente di strano in fondo. Era così che finiva ogni volta.
Arrivava la notte e li trovava abbracciati nudi, gonfi dell’ultimo pasto. Sazi sul confine del giovedì. Giunta sul crinale, la coppia sapeva di doversi spegnere per riaccendersi poi, il giovedì successivo. Era una certezza solida, collaudata, che infondeva coraggio. Un modo come un altro per sopravvivere. L’armonica musicalità della vita, l’unica che Anna aveva imparato a tollerare e a riprodurre. I crampi allo stomaco scanditi dal calendario accendevano un concreto interesse per la notte e per il giorno che si alternavano. Li rendevano familiari. In ultimo, quella sua fame coltivata, accudita con tanto amore, era l’unica emozione capace di farle credere di essere fatta, anche lei come tutti, di muscoli e sangue. Di essere una donna.
In somma era la fame a tenerla in vita.
Il guaio era che, con tutta la dannata gomma piuma, quel ritmo s’era inceppato.
La maledetta stava marcendo nella pancia di Anna, lei la sentiva gonfiarsi. Più tentava di ingoiare saliva, più la gomma s’espandeva. Le colmava la gola, così tanto che le sembrava di aver ingoiato una grossa zucca tutta intera. Una zucca bianca come la luna che stazionava fuori dalla sua finestra. Luna piena, luna fuori tempo massimo. Luna irraggiungibile. Luna senza più cura e senza misura alcuna. Perché l’amore deve prendersi cura del tempo che passa, altrimenti che amore è? Deve misurarlo, perché se l’amore non c’è, il tempo si ferma.
Invece nulla. Lo stop. La luna abbandonata rimase tonda per sempre.
Là, immobile nel digiuno del cielo. Tonda come il corpo di Anna.
Folgorato un attimo prima della fine di un giorno qualunque.